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Prologo
Grassetto Volgare
Provai una forte sensazione di smarrimento.
La ferita si era riaperta, suppurante e dolorosa.
L’avevo sempre creduta immortale, portatrice di una volontà soprannaturale, di una forza incorruttibile.
La lontananza dal rione l’aveva resa eterna, salvata.
Avevo sempre sbagliato.
Rina – Caterina – Fazzaloro era morta.
Il suo nome stampato male, con quel grassetto volgare che si usa ancora nei paesi del Sud Italia.
Morta ad ottant’anni.
Morta.
Una parola piatta che non si addiceva affatto al corpo che l’aveva contenuta.
Rimasi impietrita a fissare la fotografia. Le avevano aggiunto uno sfondo azzurro, come azzurri erano i suoi occhi acquosi, che fissavano da materia inanimata.
Rina se n’era davvero andata, e adesso al suo posto, a farne malamente le veci, c’era un avviso mortuario, lettere su carta bianca, addosso ad un muro pisciato dai cani e con l’intonaco che si sgretola.
Ebbi un attimo di incertezza, i piedi difettarono di solidità, quasi caddi.
- Che c’è, Ma’? Chi fu?
La voce di mia figlia Silvana mi strappò da me stessa, dal luogo oscuro che
si era spalancato sotto ai miei piedi.
Mi ero rivista ragazzina e poi giovane adulta, adesso tornavo ad essere la vecchia che sbadatamente aveva mancato un passo.
- Nenti – risposi – moriu Rina.
Mi guardò spaesata, poi ricordò con una smorfia di irritazione che fu quasi cattiveria. - Zia Rina? Non ti parrasti cchiù poi, no?
No, non ci eravamo più parlate, dopo.
Quel dopo, quel poi, detto con stizza, bastò a ricacciare fuori Rina e il suo passato al rione così congiunto al mio. Ad estrarla, ormai carne persa, da dentro la scatola di zinco dove l’avevo così accuratamente seppellita, volutamente dimenticata.
Né mio marito Antonio né i miei figli o i miei nipoti conoscono realmente la storia. La loro versione si basa su fatti velenosi, sputati da bocche altrettanto velenose, da commari e comparucci ignoranti, che erano e sono tutt’ora i miei vicini di casa, gli stessi da cui Rina è riuscita a scappare, lasciando dietro di sé la scia del suo fantasma ben prima degli ottant’anni.
- Quanti anni su ca un vi vidiavu?
Feci finta di contare, mimai con la bocca un calcolo a mente, ma gli anni li ricordavo benissimo.
Mentiamo anche ai nostri figli, inganniamo anche loro, per occultare le nostre scomodità.
- Trenta.
- E quanti anni avevi?
Avevo cinquant’anni l’ultima volta che la rividi, lei uno in più.
Era ritornata per una settimana qui al rione Lamà, sua madre era morta di cancro al fegato, e lei, unica figlia, era venuta a dirle addio, salutando per sempre la casa della sua infanzia.
Della nostra infanzia.
Ne aveva chiuso le imposte e le porte, lasciando dentro il tavolo di formica rossa e il divano a fiori sfondato nel centro. Il ronzio del vecchio frigorifero, arrugginito tra i cardini dello sportello, si era quietato e la radio, marrone ed ingombrante, non suonava più.
- Com’è definitiva la morte.
Silvana mi fece aumentare il passo, forse per scacciarsi di dosso la tristezza che le avevo inflitto, emanando una sentenza così secca, inappellabile.
L’immagine di Rina mi perseguitò per tutta la giornata.
Scioccamente, pensai, se avessi fatto una strada diversa, se avessi cambiato programma quella mattina, se invece di andare al mercato con mia figlia avessi proseguito verso casa, non sarebbe successo.
Io non l’avrei rivista, e lei non sarebbe morta, ore prima.
Eludendo me stessa, percorrendo a ritroso le mie azioni, forse era possibile ancora riparare l’errore, reimpostare l’impossibile.
Ingannare la morte.
Ero in tempo.
Era il delirio della mente di una povera vecchia.
Mi esplose nel petto una violenza eccessiva, la temevo quasi non fosse mia. Acqua incontrollata, che impetuosa sgorgava da pozzi, da rubinetti, inondava e travolgeva case e strade, sfondava le saracinesche dei negozi e faceva saltare in aria tombini e tubature.
Ero diventata un diluvio.
Avrei voluto spalancare le finestre, gridare alle persone la mia disgrazia, è morta, u vidistivu ca moriu?
Avrei voluto addossargli la colpa.
Mi mancò il fiato. Il contorno delle cose si sgretolò, sfumò via. Svenni.
Fu la squillante voce di Rina a farmi rinvenire, da dietro il velo di un sogno febbrile, brevissimo e sfuocato.
- Non sei stata meglio di loro. Tu puru fusti cattiva ccu mia.
Sono stata anche io cattiva con lei.
Come lei lo era stata con me. Tante, tantissime volte.
Cattive.